Ricostruire l'umano
ora museo dell'arte medievale, Barcellona
Nell'epoca dell'intelligenza artificiale, che è entrata nella nostra vita quotidiana con un'accelerazione senza precedenti, in cui la tecnologia sviluppa attività che finora sembrava fantascienza poter delegare ad una macchina, mille sono le domande che ci si pongono, su chi e come la userà, su chi la programma, sull'impatto positivo o negativo sul lavoro. Ma una sola è la vera domanda:
"Ed io, che sono?"
L'uomo è fatto di domanda e di limite, e nemmeno la tecnica potrà mai modificare questo dato.
"Esaltare solo la forza, affidandosi ciecamente alla ricerca di nuovi mezzi tecnologici, significa censurare la realtà del limite». Per contro «rassegnarsi alla finitudine significa dimenticare la nostra natura spirituale aperta sempre a un oltre». (Quo vadis, humanitas? Commissione Teologica Internazionale)
"In questo nostro tempo, le possibilità dell’uomo e il suo dominio sulla materia sono cresciuti in misura prima impensabili, e allo stesso tempo il suo potere di distruzione ha raggiunto dimensioni mai pensate, insieme alle possibilità di automanipolazione, rendendolo capace di “costruire” da sé l’uomo, selezionato secondo le esigenze da noi stessi fissate, che così non viene più al mondo come dono del Creatore, ma come prodotto del nostro agire". [Si pensi alle tecniche di procreazione assistita, all'utero in affitto, alla transizione di genere sbandierata come un diritto, ad aborto, diritto al suicidio, eutanasia, ecc]."Così, su quest’uomo non brilla più lo splendore del suo essere immagine di Dio, che è ciò che gli conferisce la sua dignità e la sua inviolabilità, ma soltanto il potere delle capacità umane. Egli non è più altro che immagine dell’uomo – di quale uomo?A questo si aggiungono i grandi problemi planetari: la disuguaglianza nella ripartizione dei beni della terra, la crescente povertà, lo sfruttamento della terra e delle sue risorse, la fame, le malattie che minacciano tutto il mondo, lo scontro delle culture, le guerre.
Tutto ciò mostra che al crescere delle nostre possibilità non corrisponde un uguale sviluppo della nostra energia morale. La forza morale non è cresciuta assieme allo sviluppo della scienza, anzi, piuttosto è diminuita, perché la mentalità tecnica confina la morale nell’ambito soggettivo, mentre noi abbiamo bisogno proprio di una morale pubblica, che sappia rispondere alle minacce che gravano sull’esistenza di tutti noi."
Alla descrizione, riportata sopra, di Benedetto XVI° fa eco don Giussani che, invitandoci a Ricostruire l'umano, parlava della "trascuratezza dell'io".
Il primo
fattore da considerare è l'io.
Se si trascura il proprio io, è impossibile che siano miei i rapporti con la vita, con il cielo, la donna, l’amico, la musica, tutto.
Il supremo ostacolo al nostro cammino umano
è la «trascuratezza» dell’io:
un irrefrenabile dissolvimento dell'ideale che è l'umano, per cui le parole «io», e «tu», vengono usate con puro valore indicativo (come «bottiglia» o «bicchiere»), e dietro queste parole non vibra più nulla che indichi la concezione e il sentimento che un uomo ha di sé e dell'altro.
Qual è la ragione di questa trascuratezza dell'io? E' che la società non ama voi ma quello che può avere da voi, secondo la sua convenienza o la vostra istintività. E' quello che il Vangelo chiama «il mondo». Tutto si riduce a un disegno di possesso e di uso, spesso anche nei rapporti di amicizia e negli innamoramenti.
Un amore reale ha come due aspetti:
un'ammirazione sconfinata per qualcosa che si vede in voi e non avete fatto voi (come la bellezza della ragazza nella freschezza di una certa età); e, dall'altra parte, una compassione altrettanto sterminata per un un contesto e circostanze spesso non favorevoli, o per la debolezza che caratterizza ciascuno di noi.
Ammirazione e compassione.
Il “mondo”, invece, si chiede a che potrà servire quello di cui, guardando voi, hanno stima: “che ne sarà?” E così vi trattengono (anche padre e madre) in una prudenza o cautela di cui essi pongono la misura: la misura che salva il salvabile, schiavi di ciò che ha più fortuna di potere!
Quale può essere la risposta, l'unica risposta pratica e concreta
alla «polverizzazione dell'io»?
Esiste una compagnia di gente diversa, umana, come tutti noi, perciò con tutti i motivi di dispregio e i rari motivi di nobiltà che fanno respirare la nostra umanità; ma diversa, perché «cambiata» in modo insolito, sorprendente; «Come fanno ad essere così?». La cristianità, e la gente semplice, li chiama santi. Ma c'è di più: è gente che ha del fegato, hanno il fegato di dare giudizi e di proclamare valori profondamente differenti dalla mentalità comune: si chiama «testimonianza». Sentendoli parlare, si avverte che sono più giusti, più umani, più vicini a noi e alla nostra umanità.
La risposta è la figura di Cristo!
Leggete nel Vangelo l'episodio della vedova di Nain: quando, vicino alla città, vede il corteo funebre, si avvicina alla donna e le dice: « Donna, non piangere!».
Come «non piangere»? Ma si può dire «non piangere» a una donna in quelle condizioni? Dietro la bara del figlio, vedova, sola? Ma risuscitalo subito! Accostati e grida che il morto ritorni in vita! Che bisogno c'era di avvicinarsi e dire: «Donna, non piangere!»? Ma piangeva lui!, in lui c'erano questa potenza e questa pietà, questo mare di affezione e tenerezza e questo potere sulla realtà! «E accostatosi, toccò la bara, e disse: "Ragazzo, dico a te: alzati!". E il morto si levò a sedere e incominciò a parlare, ed Egli lo diede alla madre».
E immaginatevi, ancora, i suoi dodici amici, tesi ad ascoltarlo il giovedì dell'ultima cena, mentre dice: «Senza di me non potete fare nulla». «Vi ho detto queste cose affinché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena», «Non temete, Io ho vinto il mondo». E' il contrario del nichilismo, perché
l'uomo è tale in quanto per lui è possibile la gioia.
Non si può rimanere come prima, incontrando una simile presenza!
RinnegandoLo, si riduce tutto all'effimero, alla vita che dura un istante, e si rinnega l'ampiezza del «cuore» dell'uomo, cioè le esigenze che rendono “uomo” l'uomo, sete di verità, di bellezza, di bontà, di pienezza, di perfezione, di soddisfazione, di felicità.
«Un imprevisto / è la sola speranza».
(E.Montale, “Prima del viaggio”)
Quest’epoca fondata su dati, calcoli, miriadi di informazioni è in qualche modo descritta in questa poesia di Montale, Prima del viaggio. È il momento in cui si pianifica ogni cosa, valigie, guide, valute, prenotazioni, itinerari. «E poi si parte e tutto è O.K. e tutto / è per il meglio e inutile».
Osserva don Giussani che questa «è la definizione dell’uomo moderno: colui che compie e padroneggia un’analisi, ma non sa niente del significato».
«Un imprevisto / è la sola speranza», esclama Montale «Ma mi dicono / che è una stoltezza dirselo».
«Il grande imprevisto è Cristo», ribatte Giussani, «E chi ti dice che è una stoltezza il dirtelo?"
È Cristo l'imprevisto!
Più imprevisto di Lui! E non è un ragionamento fantasioso, è una definizione reale, sperimentabile. Perché in qualsiasi nostra esperienza possiamo contare a uno a uno tutti i fattori: quando li abbiamo contati tutti e l'ultimo combacia col primo, c'è sempre qualcosa che manca, siamo rimandati «più in là», come diceva un'altra poesia di Montale («L'agave su lo scoglio» ), o come gli fa eco Einstein, il giorno prima di morire: «Chi non riconosce l'insondabile mistero non può essere neanche uno scienziato».
Occorre rendersi conto che per il passato sono documentabili, e per il presente sono visibili, figure che hanno la statura dei vostri desideri. Dovete riconoscere queste presenze. Non è più Gesù Cristo la sola presenza nella lontananza della storia, ma è una presenza dieci anni dopo la sua morte, come 1800 anni dopo, fino ad oggi.
Guardate che razza di statura ha quest'uomo che si chiamava Paolo, quando sbarcava da Salonicco, a Rodi, alle coste dell'Africa, forse in Spagna, a Roma:
«Siamo tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. (…) per questo non ci scoraggiamo, ma se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno (…) ormai noi non conosciamo più nessuno secondo la carne. (…) se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove».
E Madre Teresa, quando raccolse un uomo dalla strada, e lui le disse:
"Ho vissuto sulla strada come un animale e sto per morire come un angelo, amato e curato". E il giornalista le chiede: «Perché anche nei più grandi sacrifici sembra che non ci sia sforzo in voi?». «È Gesù quello a cui facciamo tutto. Noi amiamo Gesù».
Nella sua umanità fiorisce qualcosa che viene da Qualcosa di più grande.
Leggete le lettere di Emmanuel Mounier alla moglie: ha vissuto ogni giorno con davanti agli occhi quella figlia, rimasta idiota tutta la vita a causa di una meningite, come risposta a Cristo, che misteriosamente assicura la positività ultima di tutto. Chiunque tra i grandi politici, pensatori e artisti passasse da casa sua, a tavola il posto d'onore era sempre della piccola idiota, perché rappresentava, nella sua carne che non dava segni di vita, il mistero del divino.
Andate a leggere le testimonianza per la causa di canonizzazione di san Riccardo Pampuri.
Per molti di noi ci sono testimonianze grandi e immediate per chi di noi sta male, tutte le settimane ci arrivano notizie precise di miracoli.
Un'amica mi scrive: «È da oltre un anno che per curare un tumore mi sottopongo settimanalmente alle chemioterapie. Nessun risultato, anzi lenti peggioramenti con complicazioni sempre più gravi. Più volte andai a Trivolzio, da san Riccardo Pampuri, per invocare la sua intercessione. Il 2 novembre finalmente vengo convocata in ospedale per il trapianto del midollo. Durante la preparazione, mi passarono mille pensieri per la testa. Avevo paura del dolore, e della morte, trattandosi di un'operazione difficile, dolorosa e rischiosa, ma era ancora più forte il desiderio di implorare la Sua Grazia. Poteva accadere di me qualsiasi cosa, ma ero già salva poiché in rapporto con l'Eterno.
Il giorno prima dell'operazione mi fecero esami di ogni genere, ripetendoli più volte. Alla sera arrivò l'esito: non c'era bisogno né di dialisi né del trapianto. Il midollo sorprendentemente aveva ricominciato a produrre e a funzionare da solo. "Cose che capitano, dicono i medici, le cure hanno fatto finalmente effetto". Ho incominciato a piangere, un pianto in cui si scioglieva tutta la tensione, tutta la paura. E la certezza: Lui mi ama. Ancora non capisco cosa possa essere successo, o almeno lo so, ma tremo solamente a pensarlo. E sono inondata di gratitudine».
Il miracolo è un avvenimento che accade, non previsto, che uno non può spiegarsi e che ti costringe a pensare a Dio. Il miracolo (personale o pubblico) è un metodo familiare di rapporto quotidiano di Dio con noi, come il gesto d'amore della madre che si realizza tante volte ogni giorno, uno sguardo, una carezza, un bacio, un «ciao»: questo è il metodo di rapporto di Dio con noi.
Con il miracolo Dio entra nella fattispecie breve di ciò che ci accade,
il suo modo di rapportarsi alla mia vita si esprime in una familiarità sperimentabile: io vengo condotto, illuminato, sostenuto, richiamato, perdonato, sono oggetto di misericordia, abbracciato come da un padre e da una madre, come da una sposa o da uno sposo, come un amico abbraccia l'amico del cuore.
Il rapporto dell'uomo con Dio è il contrario di quello che tutta la mentalità moderna immagina, grandi lavori e grandi schemi: No! «Tu sei mio padre!» Disse Gesù: «Amico, con un bacio mi tradisci!». Oppure, stringendo un bambino a sé: «Guai a chi torce un capello al più piccolo di questi bambini».
Il più grande miracolo è che alcune persone, nella storia anche personale, sono rese oggetto di una iniziativa particolare e inspiegabile. Ma la loro stessa voce lo dice: «Il più grande miracolo - fatto reale - è che Egli mi ama». Siete amati. Questo è il messaggio che arriva nella vostra vita, lo comprendiate o no, o abbiate ancora da aspettare, questo è Gesù Cristo nella storia dell'uomo: «Siete amati!».
Dio è diventato un uomo, vuol dire che il metodo di Dio con la sua creatura, con me e con voi, è un metodo di familiarità assoluta. Come vi rivolgete a vostra madre e a vostro padre per quello di cui avete bisogno, così ci si rivolge a Dio ogni giorno, per qualsiasi cosa di cui si abbia bisogno. E sempre succede qualcosa che non poteva succedere, che ti richiama a un Altro, a qualcosa d'altro.
Sempre, presto o tardi, l'eccezionale, che non posso ridurre a quello che vedo e tocco, succede.
Guardare seriamente anche uno solo di questi fatti, che cambiano la vita, travolge tutte le parole di tanti intellettuali e giornalisti in voga i quali tendono, - da una parte, a fare degli uomini, delle famiglie, degli amici, dei compagni, gettate di cemento per le mura della loro fortezza di potere, - dall'altra parte, ad affermare che tutto è niente, per di più contro ogni evidenza.
C'è una risorsa umana che in ognuno di noi fa rivivere questa consapevolezza: si chiama «memoria», cioè riconoscere Cristo come presenza sperimentabile. Proprio come nella figura di quegli uomini eccezionali, di cui abbiamo fatto esempio e richiamo.
In questa memoria che noi cerchiamo di vivere insieme, avviene per forza un cambiamento nella nostra vita, nella nostra creatività, nella nostra pazienza, nella nostra fedeltà; è una forza, questa memoria, che cambia ora, ogni giorno: la preghiera la rinnova, il vederci tra di noi compagni, amici, la rende concreta, e obbliga la nostra ragione a riconoscere che la giustizia e la felicità, la pienezza e la perfezione non sono solo una fantasia disperata.
E gli esiti sono fatti che cambiano il volto alle persone e alle cose: «Ho aperto nel vostro deserto una strada».
In un mondo e in una società dove tutto è calcolato, la figura dell'uomo toccata dalla compagnia cristiana è invece qualificata dal miracolo del dono di sé. Questa è la formula che sintetizza tutta l'etica, la morale: il dono di sé in ogni istante.
Una compagnia diventa amicizia e una amicizia diventa virtù in quanto sostiene la fragilità a vedere e riconoscere il volto dell'essere, del vero e del bello, del giusto, del bene, e in quanto sostiene la speranza di fronte alla promessa di felicità che è la vita.
Ma provate a pensare: l'amicizia, strumento per il destino!
Se non lo è per un ragazzo che si innamora di una ragazza! Perché quel rapporto è la formula più acuta di amicizia. Se non desideri il destino per la tua ragazza, se non desideri il destino per il tuo ragazzo, ma che fate? Perché state insieme? Che parola dici quando pronunci il suo nome, quando ci pensi, quando immagini il domani? Se non desideri il suo destino, siete niente! E se non è niente l'uomo in rapporto con la donna, allora capisco che tutto è niente!
Ma non ha ragione il nichilista! Perché è grande l'uomo! Pensate, il ragazzo quando guarda la sua ragazza, mentre lei non lo vede perché sta andando via, la guarda e sente il meglio di sé venire a galla: gli viene la commozione, gli viene un'adorazione. Perché quel volto è il simbolo di Colui che ci ha fatti per Sé, cioè per la felicità, è simbolo del nostro destino, che è la nostra felicità, che è la bellezza (Leopardi), e che è la verità, (S.Agostino).
“Che cosa è la verità? Un uomo che è qui presente”,
sperimentabile, direttamente o nell'uomo che Egli cambia, nel santo, e, ti auguro, nell'amico che hai di fianco. Auguro a te di essere amico così innanzitutto a colei con la quale hai scelto di passare la vita.
